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Chiesa parrocchiale

Ultima modifica 20 febbraio 2018

La Chiesa di S. Pietro di Gaglianico fu nel passato una rettoria della vicina Pieve di Biella. La si trova nominata nella Bolla del 1207 e negli elenchi del 1298-1348-1440. In quello del 1348 si riscontra, oltre il rettore, anche un «clericus» di nome Uberto Bertodano. Nel 1229 era rettore di Gaglianico il prete Martino e nel 1329 il prete Giacomo, che con ogni probabilità si deve identificare col prete Giacomo Gazia, rettore e ministro nel 1344.
Uno dei curati più illustri fu Giovanni del Calderiis di Sostegno (eletto rettore nel 1409) e morto nel 1456, all'età di anni 70. Nel 1438 Michele de Scacia, quale procuratore di Giovanni Grossi, priore delle chiese unite di S. Maria di Oropa e di S. Quirico di Chiavazza, lo immetteva anche nel possesso della chiesa di S. Quirico e negli anni 1440-44 è detto «commissario a Biella del vescovo di Vercelli Guglielmo Didier». A succedergli nella parrocchia di Gaglianico il 30-IX-1456 venne nominato Ruffino de Fango. Ho detto nominato, perché la nomina dei parroci spettò sempre ai signori del luogo. Infatti il prete Ruffino fu nominato da Giacomo di Challant, signore di Issogne, nella sua qualità di tutore di Giovanni e di curatore di Guglielmo de l'Epine. Come già nel 1393 i De Tarditis vendendo ad Antonio de Leria le loro parti del castello, terre, ricetto, mulino, vendevano anche i loro diritti di decima, onoranze e patronato sulla chiesa. E così nel 1454 tra i beni e diritti del castello di Gaglianico venduti da Guglielmo e Giovanni, figli di Bono Spina di Bellentre, al consigliere ducale Stefano Scaglia di Biella, figura anche il «jus patronatus Ecclesie sancti petri de gaglianico quandocumque vacare contingerit».
Il patronato passò poi ai Ferrero Fieschi, che ottennero il feudo di Gaglianico nel 1520. I Ferrero si dimostrarono larghi di donativi verso la chiesa, tra cui ricordiamo «un pallio ricamato all'ago con l'imagine del Rosario», donato da Cristina di Savoia, principessa di Masserano; un ostensorio d'argento, offerto da Vittorio Amedeo, principe di Masserano, nel 1731; un calice d'argento donato nel 1731 dal marchese di Crevacuore, prima di partire per la Spagna; un «vestito di panno ornato di una quantità d'oro», venduto poi per L. 213,5, offerto da Filippo Ferrero Fieschi, principe di Masserano, nel 1753, al suo ritorno dalla Spagna.
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Come tutte le nostre chiese è un rifacimento dei secc. XVII-XVIII ed è opera di capomastri biellesi. La chiesa preesistente era a soffitto, con tre altari laterali, dedicati a S. Sebastiano, a S. Antonio e alla Madonna e a due navate.
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Al sec. XVII appartiene la ricostruzione della parte centrale e a quello successivo i vari prolungamenti, ben visibili dalla diversità di stile e decorazione, e il CAMPANILE. Quest'ultimo fu il primo ad essere ricostruito nel sec. XVIII il secolo che potremmo chiamare della grande ricostruzione della chiesa. Infatti, come attestano una lapide in latino, murata alla base e un prezioso volume dell'A.P., redatto dal parroco Don Francesco Mattia Chiocchetti (1724-1767), il 29-VI-1727 si pose la prima pietra del nuovo campanile e il giorno seguente si diede inizio alla costruzione su disegno e sotto la guida del mastro Giovanni Siletti di Mongrando. Nel 1730 si era giunti al piano delle campane con una spesa di L. 3.301,74, ma poi ci si dovette arrestare per alcuni anni e soltanto nel 1744 si ridomandò al vescovo, mons. Solaro, il permesso di lavorare di festa per terminare il campanile. Intanto il vecchio campanile era stato demolito, perché basso e per di più pericolante (an. 1733).
In questo stesso tempo si diede pure inizio al prolungamento della chiesa e alla costruzione dell'attuale facciata, una delle più belle e più armoniose costruzioni barocche della nostra diocesi, tanto che da qualcuno se ne attribuì la paternità addirittura al Juvara. Supposizione errata, perché è anch'essa opera del mastro Siletti di Mongrando, come risulta dal «Libro dei conti della chiesa», dove al 22-VII-1741 sono registrate L. 19,10 date al «sig. Siletti per conto del disegno della facciata e di sua assistenza». Venne benedetta e posta la prima pietra il 7-V-1741 e alla costruzione contribuirono gratuitamente quasi tutte le famiglie con giornate lavorative in aiuto ai muratori o prestazioni di animali e carri per il trasporto dei materiali, della calce che bisognava andare a caricare a Roasio, o delle numerose colonne e pietre che gli scalpellini Guglielminotto e Romano preparavano al Favaro. La costruzione richiese diversi anni di lavoro, anche perchè si dovettero costruire due nuove cappelle per unire la nuova facciata alla chiesa, che rimase così prolungata di quasi dieci metri. Su queste cappelle, di cui una fu adibita a battistero, si posarono le volte solo nel 1766, come pure sulla navata centrale, la quale nell'anno seguente fu stuccata in stile diverso dal resto della chiesa da Giuseppe e Salvatore Reveroni, luganesi.
La facciata non era ancora ultimata nel 1771, perché nelle spese di tale anno si trova ancora elencato il trasporto di colonne di pietra dal Favaro e fu intonacata solo nel 1877 dal mastro Lorenzo Ceria di Gaglianico. A questi grandi lavori non rimasero assenti i patroni della chiesa, i principi di Masserano; anzi si deve all'interessamento di uno di loro se nel 1726, alla vigilia della costruzione del campanile, Vittorio Amedeo, re di Sardegna, faceva donazione alla chiesa di Gaglianico della non indifferente somma di L. 1.500.
Di pari passo con gli ampliamenti proseguirono anche i lavori di rifinitura nell'interno. Già nel 1725 era stato costruito l'altare delle Anime Purganti (a destra entrando), stuccato nell'anno seguente e con icona del 1738 del pittore milanese Giovanni Battista Grassi (ora si trova in sacrestia). A questo altare il 14- 1-1725 era stata eretta la compagnia del Suffragio, sotto la invocazione della Madonna e dei SS. Giuseppe e Antonio abate. Il 3-II-1726 veniva pure canonicamente eretta la confraternita del Rosario all'altare opposto, dove allora si venerava una statua lignea della Vergine del Rosario, scolpita da mastro Garabello nel 1647. Altra confraternita fu quella di S. Defendente, costituita il 5-IV-1796 e che aveva per divisa un lungo camice bianco con cappuccio. [...]

Tratto da: Delmo Lebole: "La Chiesa biellese nella storia e nell'arte" Vol. II, Unione Biellese, 1962.